
Gran parte della destra italica è arrivata al governo con la convinzione che l’informazione e la cultura fossero, per natura, territori occupati dalla sinistra. Conseguentemente, invece di avviare un confronto per assicurare pluralismo o qualità, ha iniziato la sua opera di “purga” sostituendo uomini e donne nelle posizioni strategiche per la produzione culturale e informativa. Giornalisti, direttori di telegiornali, dirigenti RAI, direttori artistici, conduttori, etc etc sostituti non con il criterio di scegliere professionisti autonomi, bensì allineati.
Quando questa occupazione sistematica viene criticata, la risposta è sempre la stessa: “siccome lo hanno fatto gli altri, adesso tocca a noi”. Una giustificazione che evita – però – accuratamente il punto centrale, ovvero che il controllo politico dell’informazione e della cultura è sbagliato in sé, indipendentemente da chi lo eserciti. Ma ammetterlo vorrebbe significare la rinuncia al bottino e alle poltrone.
C’è poi un elemento che rende questa narrazione ancora più falsa, negli ultimi trent’anni l’Italia è stata governata più spesso dal centrodestra che dal centrosinistra!
E soprattutto, con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, il Paese ha conosciuto una forma strutturale e permanente di conflitto di interessi tra potere politico e potere mediatico, un’anomalia mai davvero sanata e che ha avvelenato il dibattito pubblico fino a oggi.
Il parallelo tra informazione e giustizia viene facile perché la medesima impostazione viene applicata alla riforma per la separazione delle carriere di PM e Giudici. Anche qui l’approccio non è quello della responsabilità istituzionale, ma della rivalsa, della vendetta. L’idea che “ora tocca a noi” si ripropone come un “dogma” a sostenere l’idea che sia arrivato il momento di regolare i conti con un potere percepito come ostile.
La differenza tra informazione e giustizia, però, è enorme e drammatica.
Mentre con l’informazione – pur se degradata – ognuno di noi conserva ancora una possibilità di difesa ovvero cambiare canale, spegnere la televisione, informarsi altrove, costruire un proprio percorso critico, con la giustizia questo non è possibile. Nessuno può scegliere un altro tribunale, un’altra legge, un altro Stato di diritto.
Per questo la riforma della magistratura non può essere trattata come una vendetta. È una materia costituzionale, che riguarda l’equilibrio dei poteri e le garanzie di tutti, non di una parte contro un’altra.
Esiste, poi, l’evidente paradosso della “magistratura politicizzata”.
Si accusa la magistratura di applicare leggi che il Parlamento ha scritto, e lo fa proprio chi quelle leggi le ha votate.
Davvero si vuole far credere che i giudici decidano “liberamente”? I giudici interpretano e applicano norme, se le norme producono effetti sgraditi, il problema è politico, non giudiziario.
Questo non significa negare che il sistema giudiziario possa e debba essere migliorato. Al contrario io penso che una riforma della giustizia sia un tema serio e legittimo, che richiederebbe un confronto ampio, trasversale, privo di spirito punitivo. Proprio perché non esiste una “giustizia di destra” o “giustizia di sinistra”, ma solo una giustizia più o meno efficace, più o meno indipendente.
Viviamo in un tempo sbagliato con interpreti sbagliati perché il vero nodo non è cosa riformare, ma quando e con quale spirito.
Affrontare un tema così delicato nell’attuale clima di polarizzazione, disinformazione e regolamento di conti, è pericoloso.
Sarebbe nell’interesse del Paese rimandare una riforma strutturale della giustizia a una fase politica più matura, con classi dirigenti meno ossessionate dalla conquista degli spazi e più consapevoli del proprio ruolo costituzionale.
Lo stesso vale per il sistema dell’informazione televisiva pubblica e privata, che ha probabilmente toccato uno dei punti più bassi della sua storia, non tanto per l’orientamento politico, quanto per la povertà culturale, la sudditanza e l’assenza di autonomia.
Enrico Stronati
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.