C’è una pericolosa tendenza che si sta facendo strada, quella di affrontare problemi complessi con soluzioni semplici. Soluzioni che, anziché correggere i comportamenti sbagliati, finiscono per comprimere i diritti di tutti.
È ciò che accade quando si sostiene che l’uso improprio del lungolago da parte di alcuni bagnanti debba essere risolto limitando il libero accesso alla spiaggia o trasformando progressivamente uno spazio pubblico in uno spazio sempre più occupato da concessioni.
È una scorciatoia. E le scorciatoie, quasi sempre, portano nella direzione sbagliata.
Nessuno mette in discussione la necessità di garantire ordine, pulizia, decoro e rispetto delle regole. È un’esigenza sacrosanta! Ma una cosa è pretendere il rispetto delle norme, altra cosa è utilizzare quei comportamenti come giustificazione per ridurre gli spazi di libertà che appartengono a tutti.
Qui si confondono due piani completamente diversi, da una parte la tutela del bene comune e dall’altra la progressiva privatizzazione di un bene pubblico. E non è un dettaglio.
Il Piano di Utilizzazione degli Arenili (PUA), approvato nel 2025, nasce – a mio giudizio – con un’impostazione sbagliata. La distribuzione e il dimensionamento degli stabilimenti sembrano essere stati pensati anche con l’idea di esercitare una sorta di “guardiania” della spiaggia. Ma la guardiania non è una funzione che compete ai concessionari.
Il controllo del territorio, il rispetto delle norme e dei regolamenti comunali e l’eventuale applicazione delle sanzioni spettano esclusivamente alla Polizia Locale.
Le spiagge sono disciplinate da norme nazionali, regionali e comunali che definiscono con precisione ciò che può essere realizzato e secondo quali criteri. Se lavarsi i piedi alla fontanella rappresenta una violazione di un regolamento comunale, sarà la Polizia Locale, e solo essa, a poterlo contestare. Allo stesso modo, anche la realizzazione di strutture sugli arenili deve rispettare integralmente tutte le norme urbanistiche, paesaggistiche, ambientali e demaniali.
Non sto affermando che le strutture oggi presenti siano irregolari, sia chiaro. Non dispongo dei progetti autorizzati e non spetta a me effettuare queste verifiche. Sono certo che gli uffici comunali svolgeranno con attenzione tutti i controlli necessari, anche nell’interesse di chi ha investito e investirà, affinché nessuno debba trovarsi ad affrontare conseguenze economiche pesanti.
Il punto è un altro.
Se si invoca il rispetto delle regole per chi si lava i piedi alla fontanella, per chi abbandona rifiuti, per chi campeggia abusivamente o utilizza impropriamente gli spazi pubblici, allora lo stesso principio deve valere per qualsiasi utilizzo del demanio!
Le regole non possono essere rigorose per alcuni e interpretate con elasticità per altri (prassi troppo spesso accettata ad Anguillara!).
Le criticità del PUA, a mio avviso, sono numerose e furono evidenziate già durante la sua approvazione in Consiglio comunale. Criticità che derivano da una visione poco coerente con la natura del nostro territorio.
Anguillara non è una località balneare affacciata sul mare, con centinaia di metri di arenile, grandi parcheggi e spazi pressoché illimitati. Il nostro lago ha sempre avuto un’identità diversa.
Più lenta.
Più silenziosa.
Più equilibrata.
Più armonica con ciò che ci circonda.
Chi è nato qui sa bene cosa significhi prendere un asciugamano, scendere al lago e fare un bagno senza dover pianificare nulla. È un’abitudine semplice, quasi banale, ma è parte della nostra identità collettiva. È un diritto che abbiamo sempre dato per scontato. Il rischio è che, un passo alla volta, smetta di esserlo.
La legge prevede che almeno il 50% della spiaggia resti libera. È una garanzia importante. Ma quella percentuale, da sola, non risolve il problema e soprattutto – tornando all’origine del problema – come garantire che venga assicurata?
Se tra due stabilimenti qualcuno monta una tenda o occupa impropriamente la spiaggia libera, davvero pensiamo che debba essere il concessionario a intervenire?
Ancora una volta si attribuiscono ai privati responsabilità che spettano all’amministrazione pubblica. Il controllo del territorio non può essere delegato agli operatori economici. Non ne hanno le competenze e la formazione. Non spetta a loro.
Esistono molte altre criticità nel PUA, alcune anche rilevanti. Non le affronto qui perché meriterebbero un’analisi specifica (che peraltro all’epoca feci e resi pubblica, la trovate sul mio blog stronati.com). Purtroppo non fu possibile discuterle seriamente nemmeno in Consiglio comunale, dove le osservazioni della minoranza furono sostanzialmente ignorate.
Ma quelle criticità non sono scomparse. Rimangono. E rischiano di alimentare conflitti sociali sempre più evidenti, come dimostra il clima di contrapposizione che ormai si respira anche sui social.
Le decisioni che riguardano beni comuni così importanti dovrebbero nascere dall’ascolto, dal confronto e dalla ricerca di un equilibrio tra interessi diversi. Quando questo non accade, chi ritiene lesi i propri diritti finisce inevitabilmente per cercare tutela nelle sedi competenti.
Ora mi concedo una riflessione.
In questo paese esistono problemi ben più gravi che attendono risposte da anni, opere incompiute, parcheggio selvaggio nei fine settimana, compressione e privazione dei diritti di tutti, assenza di spazi di aggregazione di massa, fenomeni di violenza e disturbo della quiete pubblica, abbandono dei rifiuti, perdita di identità, servizio idrico costoso e intermittente, etc etc. Eppure il dibattito pubblico sembra preferire esclusivamente le discussioni sui cosiddetti “fagottari”. È curioso che proprio il fenomeno meno rilevante, tra i tanti che interessano il nostro territorio, sembra essere una priorità. Forse perché è più facile limitare i diritti di tutti che far rispettare le regole a chi davvero le viola?
Enrico Stronati